![]() |
|
|||
|
Home
- Ti sto raccontando una favola. Fidati. |
||||
|
COSTANTI E VARIABILI FUORI DALLE STATSTICHE
Ti sto raccontando una favola. Fidati. Ho la fortuna di avere le giornate sempre diverse. Non mi annoio, non mi ripeto, non rischio tragiche routine. Ho la sfortuna di avere i miei risvegli sempre identici. Rischio sempre di non svegliarmi per tempo, rischio di non uscire da quella specie di coma che è il mio sonno. Non sono mai sicuro che la luce sia quella della lampada che lascio accesa la notte, per leggere mentre cado nel mio più o meno meritato riposo, o sia quella in fondo al tunnel. Sembra che sia tipico di chi ha avuto esperienze di morte temporanea, vedere un tunnel con in fondo una luce. Le mie notti sono delle morti temporanee. Non sogno neppure più. Passo dalla veglia alla non esistenza, ogni sera quando mi addormento. La mattina mi servono sempre alcuni secondi per capire chi sono. Per avere il cervello che funziona a regime, mi serve almeno un’ora. Più o meno, il tempo che mi occorre per alzarmi, vestirmi e raggiungere una qualsiasi destinazione. Ho scelto di vivere in un paesino sperduto tra le montagne e ne pago le conseguenze in chilometri e in ore di viaggi. Il problema è che ho poco criterio. Arrivo sempre a casa la sera tardi, poi mi devo occupare dei cani, di lavarmi e della mia cena. L’inverno mi prende ancora più tempo, perché la casa è riscaldata a legna, quindi devo anche accendere la stufa e portare dentro almeno il legname che mi servirà per la serata. Fatto tutto questo, per non cedere alle frenesie del mondo contemporaneo, finisco con il pretendere il mio tempo. Finisco davanti al computer, a rispondere alla posta elettronica, a dare un’occhiatina in Internet, a leggere delle cose che ho trovato nella rete e, alle volte, a scrivere. Quando mi tolgo da davanti lo schermo, è sempre notte fonda. La mattina la sveglia suona ad un orario tragico e il mondo non è più come era alcune ore prima. Poche ore prima, a dire il vero. Non riesco a ritrovarmici, non riesco a capire cosa ci faccio. Vedo solo un orario illuminato sulla radiosveglia che urla, mi rendo conto che è già tardi, rotolo fuori dal letto e raccolgo vestiti a caso. Quando non ho pensato a prepararli la sera prima, esco vestito in modi impressionanti, con colori che sfarfallano tra loro. Devo dare l’idea di avere Arlecchino come sarto. Purtroppo, Arlecchino non è neppure il mio guardarobiere. Se lo avessi come servitore, anche a condividerlo con un altro padrone, mi andrebbe meglio. Almeno, avrei qualcuno che mi porta il caffè a letto, la mattina. Ho poche gioie nella vita, sempre a inseguire il modo per mantenermi, senza riuscire a fare quello che davvero voglio. La colazione a letto è una delle poche felicità. Nella migliore delle ipotesi, riesco anche a pocciare due biscotti nel caffé. Sono le volte in cui riesco a ingoiare qualcosa di solido. Quasi sempre, riesco solo a bere il liquido nero, senza zucchero, meglio ancora se un po’ forte. Una tazza piena, ma una tazza grossa. La mia moka è di quelle che servono solitamente a tre persone. Se solo c’è qualcun altro, passo a quella da sei. Capita che ci sia qualcun altro. A volte è una donna, a volte è mio fratello. Alle volte, ho un ospite che sta diventando una presenza sempre più costante, ma tocca a me tirare giù dal letto lui, ho poche speranza di ottenere anche il caffé a letto. Vivo da solo e l’unica costante è il cane, quello che sta in casa, fortunato detentore di un privilegio che agli altri non spetta. Non si alza mai prima di me, tranne quelle poche volte che riesco a dormire fino a tarda mattina. Penso di ammaestrare il cane almeno a preparare la moka, ma solo alla mattina, appena apro gli occhi e precipito in questo pianeta. Appena mi rendo conto che non sarebbe tanto possibile, torno anche alla piena realtà e rinuncio all’idea. Per quanto sia stronzo, il mio cane è anche molto intelligente, ma non fino a questo punto. A fare certe cose, riescono solo i cani dei film e della televisione. Ti sto raccontando una favola. Fidati. Mi va meglio quando ho una donna in casa. Intanto, il risveglio è più dolce. Spengono la sveglia e si occupano di farmi tornare in questo mondo baciandomi. All’inizio di una storia è sempre così. Appena i risvegli tornano di competenza della sveglia, è la fine dell’inizio della storia. Da quel momento in poi, il declino è veloce e inesorabile. Ogni storia vale la pena viverla quando comincia. Ho avuto poche storie che sono cominciate ogni mattina per un tempo che superasse il mese. Verso i trenta giorni, cominciano a prendere possesso della casa. Mi portano ancora il caffé, ma poi vogliono riarredarmi la casa, gli spazzolini da denti diventano due e il bagno si riempie di bagnoschiuma e balsamo che non mi sono necessari, ma che diventano un modo per marcare il territorio. E’ il momento di riprendere possesso di casa mia. Forse le mie storie sono come lo yogurt e hanno una scadenza. Devo ancora capirla questa cosa. Però ho capito che la colazione a letto mi cambia l’umore della giornata. Di questo sono sicuro. Se arriva mio fratello, va già bene. Se è la donna di turno, va meglio. Nelle poche giornate non lavorative, dopo il caffé lei si infila ancora nel letto e non mi interessa più di essermi alzato presto. Dopo, mi faccio anche un altro sonnellino. Immaginare dopo che cosa, non è difficile, basta un minimo di senso pratico. Non serve neppure tanta fantasia. Ultimamente, ho una compagna che ha pericolosamente superato il mese. Quando dorme da me, la mattina si alza e va in cucina a prepararmi il caffé. E’ sempre contenta, sta sempre bene, fa sempre con allegria ogni cosa. Anche alzarsi presto. Non capisco come faccia a essere di buon umore a certe ore del mattino, ma so che è contagiosa, quindi non mi dispiace. Se non capisco una cosa che mi piace, non mi faccio troppi problemi a prenderla come arriva. Va bene lo stesso, per quanto oscura sia. Esce dal letto nuda e non riesco a non compiacermi delle sue rotondità. La guardo con gli occhi neppure del tutto aperti, ma quello che vedo mi basta e mi avanza. Non si veste neppure per andare in cucina, se in casa siamo soli. Non la vedo preparare il caffé, ma riesco a immaginarla e a trovarla eccitante. Penso alle sue braccia che si muovono, mentre i suoi seni vibrano davanti ai piani della cucina. Penso al suo sedere, davanti al fornello. Forse, qualche gocciolina d’acqua la schizza sotto l’ombelico, mentre è davanti al lavandino con la moka in mano. Sono davvero pochi i piaceri della vita. Tanti si possono solo immaginare. Non varrebbe neppure la pena di alzarmi e di andare a guardarla. Dovrei farlo di nascosto, per non rovinare la naturalezza con cui si muove. La parte più eccitante del tutto. Sapendo di essere guardata, forse mi regalerebbe un sorriso, ma non sarebbe più quel corpo fluttuante e nascosto agli sguardi. Gli occhi degli altri cambiano le persone. Sapersi osservati rende come si vuole esser visti. Preferisco continuare a immaginarla. La conosco tanto bene che presumo di poter vedere chiaramente ogni suo gesto, ogni suo movimento. La conosco bene anche se è da poco che ci frequentiamo. La sento. Sento quello che sta per dire, sento quello che sta per pensare, sento quello che sta per fare. Più che tutto, sento quello che prova per me. Passa attraverso la sua pelle, direttamente alla mia. Senza filtri. Alle volte, anche quando ci tocchiamo con i vestiti addosso. La stoffa non basta a fermare le sensazioni. Alle volte, quando è altrove e mi pensa, non bastano neppure i chilometri di distanza. E so di non immaginarmi tutto, perché mi è bastato telefonarle una qualche volta, per avere le conferme che cercavo. Ti sto raccontando una favola. Fidati. Da quando c’è lei, le mie giornate sono più leggere. Da quando c’è lei, tutto mi viene più facile. Mi sento in pericolo per la mia paura da dipendenza. Come un tossicomane, cerco in lei quella sostanza che mi rende la vita migliore. Mi spavento al pensiero di perdere la mia autonomia, mi spavento al pensiero di far dipendere il mio umore dalla sua presenza, mi spavento al pensiero che potrebbe non esserci più, da un momento all’altro. Sono in pericolo e me ne rendo conto. Continuo a fare quello che facevo prima, continuo a tenere come costanti certi momenti della giornata, ma ora lei è un pensiero fisso. Quando arriva mezzogiorno, se sono vicino a dove è lei, non faccio più colazione da solo. Non riuscendo a mangiare niente al mattino, dopo un’enorme tazza di caffé, ho solo nausea. Poi passa anche quella, la sostanza entra in circolo e comincio a sentirmi attivo. A quel punto, verso mezzogiorno, mi viene fame. Un altro caffé e un pasticcino mi risolvono il problema. Se lei è in zona, ne risolvo due. Basta decidere il bar e ci troviamo. Tante volte, ci troviamo nel parcheggio e non andiamo da nessuna parte. Usiamo i minuti del nostro incontro per baciarci, in macchina o su di una qualche panchina. Mi passa pure la fame, mentre sono lì, con la chiara consapevolezza che sono atteggiamenti da adolescenti, che non si addicono a due adulti. Lo vedo nello sguardo delle vecchiette che passano con le borse della spesa. Se colgo un movimento, i miei occhi lo raggiungono in automatico. Per quell’ istante in cui non guardo lei, vedo una vecchia signora con l’aria sprezzante e molto indignata. Se a essere vecchio è un uomo, è meno indignato e più invidioso. Le ragazzine ridono, le donne fingono di non vederci. I maschi, di qualsiasi età fertile, guardano lei. Solo i cani hanno il coraggio di essere più invadenti. Allungano il naso e fiutano. Un po’ la panchina, un po’ i due esseri umani avvinghiati. Cercano un qualche odore, non so quale, fino a quando uno strattone del guinzaglio li richiama alla decenza che i loro padroni pretendono. Non capisco mai se la pretendano dal cane o da noi due, ma anche certe questioni che mi lasciano indifferente le prendo per come sono, senza farmi troppi scrupoli di andare a indagare quello che resta dietro. Ti sto raccontando una favola. Fidati. Finite le nostre effusioni, siamo regolarmente in ritardo per tornare ai nostri rispettivi lavori. Credo che le scuse siano circa le stesse, che sono poi le solite. Il traffico, un casino inaspettato, una telefonata mentre uscivo di casa. Forse lei può proporre anche un qualche ristorante pieno, mentre per me, affermare che un bar era tanto pieno da farmi impiegare dieci minuti più del previsto, diventa una soluzione abbastanza improponibile. Come diventa poi pesante arrivare al successivo momento di pausa. Mi torna la fame, il mio stomaco brontola ed è pure un po’ imbarazzante, con la gente intorno. Alla prima occasione, trovo un caffé, che mi toglie la voglia di mettere qualcosa di solido nello stomaco e mi rimette in sesto. Riesco anche a pensare a quello che sto facendo, invece che alle pressanti richieste di cibo che arrivano dal mio corpo. Quando finisce tutto, riesco a tornare a casa. La macchina vola su per le strade strette che mi riportano a casa e tutto torna nella sua tranquillizzante normalità. Mi occupo dei cani, mi lavo e mi preparo una cena con cui potrei sfamare tre persone. Se è inverno, prima di tutto, accendo la stufa e recupero la legna. Poi, finisco davanti al computer. Se lei è da me, non sempre riesco a perdermi nel groviglio informatico che ho in memoria, ma finisco con il perdermi ugualmente. Con lei, tra le sue braccia, contro il suo corpo, appiccicato alla sua pelle. Sotto le lenzuola, è un altro mondo. Quando ci addormentiamo abbracciati, sono già in un altro pianeta. Torno su questo solo il mattino dopo, svegliandomi. Resuscito, mentre lei va in cucina a preparare il caffé, per portarmelo a letto. Comincia un nuovo giorno, diverso dal precedente, forse uguale a chissà quale altro. In realtà, non importa. Da quando c’è lei, poco importa abbastanza da riuscire a togliermi dal pensiero di lei. Forse vorrei che diventasse una costante della mia vita, come il cane di casa e come il caffé del mattino. Ne sarei certo, se non avessi delle preoccupazioni riguardo le costanti. Hanno la pessima caratteristiche di poter diventare delle variabili indipendenti dalla mia volontà. Ti sto raccontando una favola. Fidati.
|
||||
|
||||