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QUALCUNO HA VOLUTO DARE IL SUO CONTRIBUTO, COME RICHIESTO. IL RISULTATO PUO' ORA ESSERE SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI.


Ancora Eyo, che ha creato il personaggio del Commissario Fregni.

 

VAMPIRE BUSTERS

San Damaso, zona industriale di Modena.

Un capezzolo bruno si intravvede alla luce dei lampioni sotto la maglietta strappata. Senza scarpe, sull'asfalto, nel buio. Corre senza respiro, scomposta, in un bagno di sudore. Ai lati grigie silhouettes di capannoni, la luna alta, l'afa densa della notte di luglio. Negli occhi ancora l'immagine del mostro, della cosa, dell'assassino, di quel che era. Ogni pochi passi si gira, ora non vede più nessuno. Riprende a correre e svolta in un vicolo cieco. Si acquatta nella nicchia di una ringhiera, al buio pesto, cercando di respirare senza far rumore. Tanto è un sogno, è solo un sogno, tanto adesso mi sveglio. Deve essersi tagliata dietro a un tallone, le fa un male d'inferno.

Passi, troppo vicino. Deglutisce, ingoiando il  respiro, il cuore le rimbomba nelle tempie. I passi si allontanano. Chiude gli occhi per il sollievo. Quando li riapre c'è un'ombra che esce dal buio. Proprio di fronte a lei. Col cuore di ghiaccio si prepara al peggio, raccoglie un sasso, chissà se è pronta a morire. Un cane. E' solo un cane. Un boxer grande, fiero. Si avvicina, silenzioso, il suo muso è a un centimetro da lei.
Sorride, poco credibile. - Bello... Vieni qui -, sussurra, e si spaventa per il suono della propria voce.
Il cane la annusa, si gira, quando è a pochi metri torna improvvisamente verso di lei. Gli occhi fissi nei suoi. Occhi rossi, rossi come l'inferno. Comincia a ringhiare e lei grida, acuta, fino a restare senza fiato. Il cane sembra trasformarsi in qualcosa d'altro, sprofondare nell'asfalto, si fa liquido, è un sogno, deve essere un sogno, diventa fumo violaceo, luminescente, certo che è un sogno, non è vero che sono bloccata qui, non è vero che è finita.

Dal nulla, l'uomo ricompare. Lo vediamo uscire dalla nube, avanzare controluce lentamente, i suoi jeans e la maglietta con quella scritta strana, i riccioli neri sul viso da bambino, sorridente. E' ritto davanti a lei, seduta, semisdraiata, sfatta, - Non devi aver più paura -, dice, dolcissimo, e la prende per mano, la solleva in piedi.

Un tuono sotto la luna annuncia il temporale.

Le sue braccia sono muscolose, dure, ma l'abbraccio è morbido, la avvolge tutta, la protegge, forse è vero che non mi succederà niente, oppure è un sogno, solo un sogno, di quelli che finiscono bene.
Le loro bocche si avvicinano e il bacio la rassicura, si approfondisce, avviluppante come in una fusione totale, e lei capisce che è finita quando comincia a sentire quel dolore che non ha mai conosciuto prima risalire dalle mani e dai piedi, su, su, e mentre cerca di staccare le labbra e non riesce nemmeno a gridare o a respirare le viene in mente una favola, che aveva letto da bambina, dove le persone si trasformavano in alberi, e pensa: - Ecco, deve assomigliare a questo, quel dolore -, poi si accorge di stare morendo e di stare provando un piacere inconcepibile, insieme a quegli orribili spasmi, di stare venendo nell'eco di un orgasmo sottopelle, e ruota il bacino addosso a quello di lui mentre le braccia e le ossa le si fanno dure e secche come il legno, e queste sono le ultime cose che sente e che pensa, mentre le prime gocce di pioggia lavano via tutta quanta la sua mente, e la disperdono a terra.

Il suo corpo cade inerte, prosciugato, e sotto la pioggia battente due canini brillano alla luce di un lampione, pronti a dedicarsi al pasto.


Modena Centro, Piazza Grande. Sede di Unicredit, di fronte alla fiancata del Duomo.

Compare nel corridoio all'improvviso, nessuno lo vede arrivare. Il suo viso senza difetti e i suoi riccioli si affacciano all'uscio dell'ufficio all'ultimo piano. - E' permesso? -, chiede cortese.
- Come 'è permesso'? Chi è lei? -, fa la funzionaria, guardandolo storto da dietro gli occhiali a goccia.
Entra come se niente fosse, con la stessa camminata sicura di ieri sera, e le si para davanti coi suoi jeans e la maglietta strana.Non è certo l'abbigliamento che si confà al luogo. Sembra uno di quei
tossici, che ci fa in Direzione Generale? - Se ne vada o chiamo la sicurezza! -, bercia la signora di mezza età, vibrando un tac alla scrivania con le unghie e scattando in piedi. Fa il giro della scrivania, impacciata per la gonna del tailleur.
- Mettiti in ginocchio. Ti prego -, le dice lui col tono amorevole di un gesucristo superstar, e un breve gesto della sua mano nell'aria la blocca.

La blocca così, congelata, i piedi piantati sul pavimento. Vuole gridare con tutte le sue forze, ma le labbra rosa di rossetto sono incollate, e gli può solo lanciare uno sguardo di rabbia furente. Così incontra i suoi occhi, sotto i riccioli neri. Occhi che hanno un lampo rosso innaturale, come una silenziosa esplosione interna. Le sopracciglia di lei si distendono e abbassa lo sguardo, cade in silenzio sulle ginocchia.

Non lo segue con lo sguardo mentre lui, calmo, si siede al suo posto davanti alla scrivania, prende la tastiera del computer e inizia a digitare. - Non è niente, lasciati fare -, ripete con voce dolce, come se parlasse a un animale, e al risuonare di quelle parole lei spalanca gli occhi stupita, piega la testa all'indietro, stringe le cosce, si accarezza le forme del seno con una mano, affonda l'altra sotto la gonna, geme con voce grave, matura.

Lui seleziona coi tasti funzione la schermata che gli interessa, entra nei menu, arriva alla maschera e digita uno username.
- Oh -, non può che ripetere lei, scarmigliata, gli occhiali pencolanti dal viso, - Oh, ooh -. Si è sbottonata il tailleur e con una mano si accarezza un seno, lo stringe, lo strizza, sente male, stringe le cosce e la mano frenetica imprigionata tra di esse, apre la bocca come se stesse per urlare.

- Shhh -, dice lui, e le prende la mano dal seno, - Su, digita la password con la mano libera -, e lei digita senza capire, senza ricordare più nulla, ogni idea cancellata, e quando ha smesso di gemere non riesce ancora ad aprire la bocca, lo guarda terrorizzata, implorante, e lui esita a distogliere lo sguardo dal monitor.
Transazione eseguita.


Via Emilia Centro, il giorno dopo.

Un uomo piccolo e grasso cammina sotto i portici. Indossa un completo nero e porta una valigia pesante. Capelli e baffo di uno strano castano chiaro, stivali a punta. Al suo fianco una specie di protagonista di baywatch in borghese, biondo platino, elegante, lo sovrasta di un paio di spanne dall'alto dei tacchi a spillo.
- Come on -, gli dice, e alza un braccio mentre per la strada passa un taxi senza fermarsi.
- They won't stop unless you call a phone number -
- This country sucks! Much better Texas... -
L'uomo piccolo e grasso chiama un radiotaxi, in perfetto italiano, e si fa portare in questura.

Dieci minuti dopo, Questura di Modena.
Ufficio del commissario.
- Rachele Bernacoli -, trilla l'agente scelto Molinari entrando.
- E chi cazzo sarebbe? -, replica con urbanità equanime il commissario Fregni, una grossa mano dalle dita pelose a stritolare il mouse nell'ennesima partita a Campo Fiorito.
- La ragazza uccisa a San Damaso. Residente a Livorno, nata il... -
- Ah, bene -, si incazza stancamente il commissario, maledicendo la sua scrivania per normodotati. - Quella sbranata da una bestia che secondo gli analisti non è un cane. Ci mancava la bestia feroce, sai adesso i giornali. Ci sono circhi in città? -

Bussano alla porta.
Nella stanza entra un uomo piccolo e grasso vestito di nero. Dietro di lui una stangona platinata rivestita in pelle californiana, che fa spalancare la bocca a Fregni e all'uomo alto e magro in immediata maraviglia.

- Scusate. Smith e Jones. Dobbiamo vedere il commissario Fregni -, fa l'uomo piccolo, fermo e cortese.
- Presente -, dice Fregni. Raccoglie un fax del ministero dalla scrivania e glielo sventola davanti: - Qui dice che dovevate arrivare mezz'ora fa. Siete gli esperti... -
- Unità internazionale speciale. Devo parlarle in privato. -
- E questa chi è? La sua escort? -
- Questa è l'agente Jones -, dice Smith senza manifestare emozione. – He took you for a whore -, sussurra alla stangona.
- Groovy -, sorride lei, senza scomporsi.
- Beh, ok, parleremo in privato. Molinari, levati dai coglioni. E anche tu. -
L'uomo alto e magro si accende una sigaretta e segue i percorsi ondivaghi delle natiche della Molinari fuori dall'ufficio.


La notte stessa, all'Hotel Canalgrande.

L'agente speciale Jones in accappatoio, con le lunghe gambe stese sulla chaise-longue della suite per chi ha soldi da spendere. Sfoglia dossier riservati sorseggiando whiskey irlandese. Seduto a terra, l'agente Smith le massaggia i piedi con devozione.

L'omino di servizio bussa compìto, porta altro whiskey come richiesto e quando entra Smith respira a fatica mentre la collega gli spalma i piedi in faccia, stirandosi come una gatta mentre la curva perfetta di un fianco trapela dallo spacco. Torna alla reception con due occhi così e una banconota da cento in mano.


Modena, cimitero di San Cataldo, ventiquattro ore dopo.

- Alfa due a Centrale. un individuo sospetto all'ingresso del cimitero. Entriamo a controllare -
- Attenti che non sia qualche fantasma, ah ah -, risponde qualche cretino dalla Centrale.
L'agente scelto Molinari parcheggia la macchina, a fari spenti, di fronte al cancello principale. Scende assieme a lei il collega Ricci. Pochi passi nel buio, non si sente nulla, neanche un buco di culo di fuoco fatuo.
Un'ombra nel corridoio dei tombini, in fondo.
Tossici di merda.

Arruolatevi nella polizia, ci dicevano. Va' che schifo di mestiere. La Molinari grida: - Polizia! Fermo! -. Nessuna reazione. Un tic tic di passi, strani rumori dallo stesso corridoio. Questo è talmente fatto che non mi sente neanche. Tossici del cazzo. Cammina cammina fino al corridoio. E' deserto. Entra, dietro di lei la segue il collega. Sicura che la sta ancora seguendo? Infatti si volta e il collega non c'è più.
- Bruno? -, lo chiama con voce insicura.
Scherzi del cazzo. Torna verso l'uscita, ai lati sfilano i tombini dei morti del '98, secondo semestre. Un altro rumore, come un gemito rauco, dal fondo buio del corridoio. Porca troia.

Si gira verso il fondo. Non si vede un accidente. Ha una torcia, la accende, il fascio di luce illumina altri tombini, fino al '97 incluso, non si vede il fondo. Non c'è proprio nessuno.
- Paura -, fa il Ricci alle sue spalle, mettendole le mani sui fianchi. Lei salta e di scatto gli grida: - Vaffanculo! Lo sapevo che... -.
Non finisce la frase perché il Ricci è pallido, sorride vacuo, gli occhi fissi con uno strano barlume rosso in fondo alla pupilla.

Oppure non finisce la frase perché a parlare non ci riesce più, ha la bocca semiaperta, contratta, le mani le si aprono da sole e lasciano cadere la calibro 9 e la torcia a terra: pac. A passettini si avvicina a lui, non può farne a meno, è sospinta da una forza invisibile, pensa mille cose che è come dire nessuna, e gli si struscia contro, non è più padrona di sé, è una marionetta che non può urlare mentre vede nell'ombra le mani che reggono il corpo senza vita dell'agente scelto Bruno Ricci, mani marce e cattive, mani senza unghie, e tutti i muscoli le si irrigidiscono come la pietra quando si sente toccare da dietro, mani umide e abili che slacciano e strappano le cose che indossa.

Ha la testa leggera e i capezzoli induriti, arti di morti viventi la sospingono contro il collega e lei, con la quiete improvvisa del topo tra le grinfie del gatto, è già preparata al peggio, e si dà la libertà di dirsi: - Beh, e pensare che l'avevi sempre desiderato, povero il mio Bruno, fin dai tempi del corso, l'ho sempre saputo, sai? -, se potesse trillerebbe questa frase come sa fare lei, congedandosi dal mondo in questo modo, ma non ne ha il tempo, perché non è ancora finita e si ode uno sparo dall'ingresso del corridoio.

- Fermi o sparo! -, beh, per la verità ha già sparato, ma è meglio così.
Il commissario Fregni fa fuoco un'altra volta, la Molinari si accorge di potersi muovere di nuovo e si divincola, girandosi in tempo per vedere l'orrore dal volto consunto e marcito che la teneva alle spalle, cadere pesantemente dietro di lei, colpito al ventre che si squarcia, sblat, come un caco maturo. L'uomo alto e magro, visibile in distanza, si mette in posizione divaricando le gambe e spara tre colpi di calibro 9 in rapida successione, bang, bang, bang, che la sfiorano e colpiscono con imbarazzante precisione alla testa altri tre cadaveri viventi che non aveva notato accanto a sé. I morti cadono, il commissario le corre incontro, cade il cadavere dell'agente Ricci, l'uomo alto ruota lo sguardo alla ricerca di altri cattivi da stendere e la Molinari grida, si tira su la gonna, si copre alla meglio il bendidio trapelato dal reggiseno strappato e forse rosicchiato da denti non-morti. - Oh, merda -, arriva Fregni constatando la morte del collega, - Attento, commissario! -, gli urla la Molinari indicando alle sue spalle uno degli zombie che si sta rialzando. Il commissario lo colpisce con una gomitata, lo manda contro la parete, e forse per l'urto violento il sonno di altri morti viene turbato e altri tombini si spaccano e cadono a terra, altre mani scarnificate cercano a tentoni la luce. – Ma porc... -, fa a tempo a dire Fregni nel momento in cui un cadavere vivente si catapulta da un tombino in alto e gli si siede sulle spalle, praticamente a cavalcioni. Il commissario è un uomo vero ma certe volte la paura è troppa, e pure lo schifo. Comincia a correre gridando, con lo zombie che lo cavalca, lo tiene con una mano per i capelli, l'altro braccio levato in aria come al rodeo, e Fregni corre e grida, grida, completamente imbizzarrito, e corre la Molinari dietro di lui mentre uno dopo l'altro i mostri colpiti poc'anzi si rialzano da terra, orbite vuote al posto degli occhi ghignanti, e dopo alcuni passi Fregni perde il suo cavaliere, colpito con un tiro da cecchino dall'uomo alto e magro sullo sfondo, che subito dopo cade a terra asua volta, il cadavere di una giovane donna un tempo infelice attaccato alle gambe che morde, morde ancora, coi denti sembra voler salire proprio lì, e sembra finita ma non è finita.

C'è come un'esplosione alle loro spalle. - Get outta here! -, grida l'agente Smith che porta a spalla un mitragliatore mai visto, enorme, più grande di lui. Kaboom, parte un proiettile tracciante rosso fuoco che si stampa sull'ex cavaliere di Fregni e lo buca da parte a parte, lo spegne, come, e quello ricade a terra in versione poltiglia fumante. Kaboom, kaboom, altri spari, non tutti precisi, alcuni vanno a finire contro le tombe, senza scalfirle, come fuochi di capodanno, altri beccano gli zombie devitalizzandoli come molari. Alle spalle di Smith l'agente Jones inguainata di pelle nera sale in piedi su una lapide di marmo, in mano una grossa pistola di strana foggia, e comincia a sparare a raffica, kaboom, kaboom, una selva di proiettili traccianti infilano l'aria facendo strage di morti viventi, che sono tanti, tantissimi, brulicano da ogni parte. Le pale di un elicottero cominciano a farsi sentire, sempre più forti, scale di corda vengono calate sul cimitero e militari bardati come astronauti neri si lanciano all'inseguimento degli zombie scossi, e in quel momento Fregni ricorda il corso di ordine pubblico frequentato anni prima e dice alla Molinari: - Se ci caviamo dal cazzo è meglio -. L'uomo alto e magro, che ha finito i proiettili, li segue, massaggiandosi l'inguine tumefatto ma non lacerato.

Mentre infuria la battaglia i tre escono dal cimitero, si appoggiano a una volante, la Molinari finalmente piange, una tetta al vento e l'altra tutelata dalla mano finalmente sotto il controllo del suo cervello. L'uomo alto sembra ancora più magro, non ha nemmeno voglia di guardarlo, il bendidio che trionfa al vento, al suo fianco. Fregni, sconsolato, si siede al posto di guida della macchina ferma, dice: - Una volta questa era la mia città, però -, sospira, apre un sacchetto di cipster, se lo appoggia sulla panza e divora patatine a manciate.

Fiumi di proiettili, montagne di poltiglia organica fumante al suolo, gridadi soldati di qualche cazzo di reparto speciale: - Hut! Hut! Hut! Hut! Hut! -, esplosioni assordanti, poi, all'improvviso è il silenzio. Un silenzio lunare, e difatti c'è la luna piena, in alto nel cielo, che veglia su tutto, e ora che l'elicottero se n'è andato possiamo vederla anche noi. Compare il ragazzo dalla maglietta strana, sopra indossa una specie di camice, o di saio, bianco come la neve. - Non fategli del male, fermatevi, per favore -, la solita voce soffice e delicata, e di colpo gli spari cessano, i soldati smettono di muoversi, si dirada la nebbia e l'agente Jones si staglia tra le tombe, ricoperta di pelle nera lucente, i capelli biondissimi al vento. Il ragazzo riccio la guarda, la squadra, si prepara a soggiogarla con i suoi poteri, ma non si aspetta quello che accade quando è lei a passarlo da parte a parte con uno sguardo rosso come il fuoco, un potere più grande del suo, che lo investe come un lampo, lo invade completamente e lo brucia dentro. C'è come un grido terribile che giunge dalle viscere della terra, il ragazzo in jeans si accascia a terra, improvvisamente comincia a bruciare, si copre di vampe violacee, in pochi istanti è cenere, ossa e cenere e un teschio annerito che sembra vecchio di migliaia di anni.

- Just a vampire boy -, dice l'agente Jones.
- Hardly a kid -, risponde Smith, ripiegando l'enorme mitragliatore, clac clac clac, fino alle dimensioni di una valigetta.

Tap tap, l'agente Smith picchietta sul finestrino dell'auto di Fregni. - Hum? -, fa il commissario con la bocca piena di cipster. – Naturalmente quello che avete visto stasera, commissario, è coperto da segreto militare. Né io né voi e i vostri uomini siamo mai stati qui -. - Ok, ok -, risponde Fregni, ormai soggiogato.
- B-basta che dopo puliate voi, però -, interloquisce la Molinari, accorgendosi finalmente di avere una tetta di fuori.


- Bella città di merda, Livorno. Case vecchie e comunisti. Quand'ero militare si faceva una rissa alla settimana, coi comunisti di Livorno... Beh, ci sono stato bene -, dice il commissario Fregni che è tornato di buonumore.
Bussano alla porta, l'uomo alto apre.
- Volevamo ringraziarla per l'ospitalità, commissario -, dice Smith, entrando.
L'ingresso dell'agente Jones catalizza gli ormoni dell'uomo alto e magro, cui lei risponde con uno sguardo freddo.
- Come no, è stato un piacere, tornate quando volete -, tenta di ironizzare Fregni.
- Ci fermiamo anche stasera, alloggiamo all'hotel Canalgrande. Vuole venire per un drink da noi, stasera? -
- No, grazie -, un uomo tutto d'un pezzo. - Francamente non vorrei vedervi più, né a lei, piccoletto, né alla sua escort. Il prossimo film giratelo a Hollywood, e arrivederci -. Un uomo tutto d'un pezzo deciso a difendere la sovranità nazionale. Poi incontra lo sguardo della Jones.

Rimane mezzo in piedi e mezzo seduto, i pugni sulla scrivania, un grosso orso vecchio che non riesce a smettere di fissare due globi rossi pulsanti sopra al nasino francese e al collo lungo e liscio e a quelle grandi, quelle grandi, tette, ansima mentre le immagina soltanto, ché lo sguardo è inchiodato in quello dell'agente, e lui non può muoversi, sente solo alcuni muscoli ben noti irrigidirsi, il pene tra le gambe gonfiarsi, riempirsi di sangue fino a scoppiare, e in pochi secondi eiacula docile, domato, densi fiotti di sperma caldo a formare una macchia ben visibile sulla patta dei pantaloni della divisa estiva.
- They're so cute when they come in their pants -, sorride Jones all'agente Smith, imbarazzato per le eventuali ripercussioni disciplinari.


La strana coppia di americani richiama l'omino delle ordinazioni alla suite. Apre la porta proprio lei, la stangona con le grandi tette, l'omino è emozionato e quando lei gli propone: - Venga a bere qualcosa con noi, vuole? -, accetta senza riserve. Smith è legato al letto, gli occhi bendati, morsetti feroci ai capezzoli, il cazzo duro. Se lo mena con l'unica mano libera. - Wank slowly, dear. Slowly, naughty boy -, dice Jones accarezzandogli una coscia con unghie leggere.

L'omino delle ordinazioni è seduto con le spalle al letto di Smith, immobile, la testa rovesciata all'indietro. Jones gli sussurra qualcosa all'orecchio, un lungo discorso, gli si vedono le spalle fremere leggermente. Poi scende tra le sue gambe e non vediamo cosa succede, solo il corpo di lui tendersi e sollevarsi, per poi ricadere sulla sedia, scomposto, mentre Jones risale lungo il suo petto e finalmente lo azzanna al collo con i lunghi canini, e l'inserviente dell'albergo dopo alcuni minuti si alza, pallido, le labbra grigie, un automa cosparso da un mare di sangue tra le cosce e giù per il collo, il coltello in mano, un coltello cattivo, di quelli larghi e seghettati. Possiamo solo capire che Smith ha intuito che cosa sta accadendo, ma è inerte e immobile come quegli insetti mangiati dalle larve dei predatori, e mentre quello gli si avvicina con lo sguardo vuoto e stravolto per strappargli il cuore dal petto Jones sussurra, al morto che cammina: - You know, darling, he's always been a jerk -.

 

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